Sulla carta, l’Audi Q8 è la sorella della Q7, ma nella pratica è un punto di partenza poco più che ideale. Una base tecnica, quello sì. Ché le due, per il resto, non potrebbero essere più diverse: stile, carattere, ambizioni. La protagonista della prova rappresenta l’alternativa dinamica dell’altra, ma a Ingolstadt il tema ormai non più originalissimo della Suv coupé è stato affrontato in maniera diversa rispetto a Monaco o a Stoccarda. Per dare sostanza alla sua natura di due-porte-con-quattro-porte, infatti, gli stilisti non si sono abbandonati alla classica linea sfuggente e rastremata del tetto, in stile BMW X6 o Mercedes GLE Coupé. Il risultato è semmai qualcosa che fa somigliare quest’Audi a una Maserati Levante. E anche  a una Porsche Cayenne o persino a una Lamborghini Urus, per restare in famiglia.

Ora ha il touch. Per una volta, gli apostoli della continuità stilistica e del family feeling hanno dato fondo a inventiva e originalità, riassumubili nell’enorme griglia anteriore, oltre che nella linea del cofano e del tetto, posizionate in modo ben diverso rispetto alla Q7, giusto per ribadire la sottigliezza dei legami tra le due auto. La quale prosegue all’interno, dove gli arredi riportano al mood introdotto con l’A8 e poi esteso ad A7 e A6. Doppio schermo centrale, quindi, e un ripensamento a livello ergonomico, che ha portato gli ingegneri a sposare la soluzione touch screen, lasciando da parte quel manopolone sul tunnel che sembrava un punto fermo sulle teutoniche di alto bordo. Meglio? Peggio? Di sicuro l’immediatezza nello sfogliare i menu se ne giova, in assoluto. Ma l’auto è per definizione un oggetto in movimento e il touch non sempre è ciò che serve mentre si guida. Lo dimostra il fatto che, spesso, ci si ritrova per lunghi istanti con dita e occhi sullo schermo. Si è in parte aiutati dal feedback aptico e dai comandi vocali capaci di modificare pure la temperatura del climatizzatore, però il manopolone, a volte, si finisce per rimpiangerlo.

Utili le quattro ruote sterzanti. Al di là della disponibilità di spazio (anche per chi siede dietro, nota spesso dolente delle Suv coupé), l’abitacolo della Q8 è un gran bel posto in cui trascorrere il tempo: materiali, accostamenti, finiture lo rendono accogliente ed esclusivo e s’incarica poi il confort di completare sensazioni e percezioni. Si potrebbe viaggiare indefinitamente: posizione dominante sulla strada, Adas che riducono lo stress e sospensioni pneumatiche capaci di far dimenticare le brutture dell’asfalto sono ottime premesse. Alle quali si accompagna una silenziosità totale, alla faccia dei finestrini privi di cornice, un piccolo tocco di snobismo che, per una volta, non cozza con le istanze dell’isolamento acustico. Il V6 TDI ronza là in fondo, ha sempre il piglio che serve ed è semmai a bassa velocità che, da lui, si potrebbe desiderare qualcosa in più. Come abbiamo avuto modo di notare sull’A6 provata ad agosto, il tre litri fatica a instaurare un dialogo perfetto con il cambio e, per chi guida, il risultato pratico è una poco piacevole rispondenza tra ciò che si chiede con il piede destro e ciò che realmente avviene. Si finisce per esigere più di quel che serve, per poi sollevare il piede quando il TDI finalmente risponde, perché a quel punto la veemenza diventa fin eccessiva. Questione d’istanti, beninteso. Per il resto, la guida è all’insegna di una prevedibile efficacia. La Q8 non sarà flamboyant come l’idea di coupé potrebbe portare a credere, ma l’autorevolezza con cui affronta le curve è piacevole e rassicurante allo stesso tempo, soprattutto quando sono presenti le quattro ruote sterzanti: si tratta di 1.390 euro davvero ben spesi, perché aiutano a rendere più agile un corpo vettura che non è né piccolo né leggero. Non ci sono neppure a richiesta, invece, le barre antirollio attive, appannaggio di altri modelli che condividono l’architettura tecnica della Q8. Ma questa 3.0 TDI non è che il primo atto e versioni decisamente più sportive sembra si possano dare per sicure.

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Fonte :quattroruote.it